lunedì, Aprile 15, 2024
Napoli

Paghe da fame e lavoro nero nel miracolo turistico napoletano

«Scusami, sono un po’ stanco» mi dice col sorriso sghembo il cameriere per giustificare la lieve esitazione con la quale appoggia sul tavolo la mia ordinazione. Chiamiamolo Mario, anche se non è il suo nome. Mario ha 23 anni e lavora in uno dei bar che circondano il Porto di Ischia.

È domenica sera all’imbarco dell’ultimo traghetto per Napoli. Il suo turno è iniziato alle sei e mezzo di mattina e finirà alle undici di sera. «Non sempre, eh – dice quasi a giustificarsi – ma la domenica c’è bisogno di dare una mano». Una mano significa un turno di circa sedici ore. Il doppio del suo orario normale che è di otto ore al giorno, sei giorni su sette. Quando gli chiedo dello stipendio, prima si guarda intorno per essere sicuro che nessuno stia ascoltando, poi a volume ancora più basso sussurra quasi vergognandosi «700 euro al mese, qua sull’isola questo ti danno».

Provo a fare un rapido calcolo. Ipotetico, perché la sua reticenza non mi consente di sapere se abbia o no un contratto, se questo copra le ore effettivamente lavorate, se sia uno di quei casi odiosi che ogni tanto vengono alla luce ma non infrequenti dalle nostre parti di stipendi parzialmente restituiti sottobanco al datore di lavoro, oppure se lavori del tutto a nero. Sarebbe sorprendente, con il viavai di forze dell’ordine che c’è al porto e anche qui in questi bar. Ciò che conta è che Mario porta a casa forse 3 euro l’ora. Il forse dipende dal se e quanto la mano domenicale sia retribuita.

Il conto ammonta invece a 17,30 euro. Un panino non esattamente indimenticabile 6,50 euro, una coca 4,30, una parigina 4 euro e un caffè freddo 2,50. In pratica, sei ore del suo lavoro equivalgono a una cena frugale nello stesso posto dove è impiegato. A tre ore dalla chiusura, lo scontrino riporta come progressivo del giorno il numero 1.234. Quale che sia la media, e il mio è un ordine abbastanza contenuto a confronto con quello delle famiglie e dei gruppi che numerosi affollano il bar, l’incasso della giornata sarà certamente di quelli a cinque zeri.

Riepilogando, abbiamo stipendi da 700 euro, uno scontrino che riflette vistosamente l’impennata dei prezzi e un incasso quantificabile in almeno un paio di decine di migliaia di euro volando bassi. Certo, il caro energia, l’inflazione, il costo delle materie prime, le tasse, ma mentre i prezzi si sono più che adeguati, i salari reali sono diminuiti del 7,5% in Italia nell’ultimo anno. Del resto, di qualcuno devono pur essere le barche che circondano come un perimetro inespugnabile il mare dell’isola, nella regione che insieme alla Calabria fa registrare la distanza più grande fra ricchi e poveri. Qualcuna di queste barche, neanche di quelle più grosse, ha bisogno di circa 1.500 euro di carburante per il tragitto da Napoli e ritorno. Due mesi dello stipendio di Mario ai quali bisogna aggiungere pure qualche mancia.

Una storia che potrebbe essere un manifesto della necessità di un salario minimo, nel confronto perfino didascalico tra stipendi e costo della vita. Ma anche una traccia precisa per un’iniziativa concreta sul tema della turistificazione a Napoli, con tutte le scontate differenze e le similitudini fra un’isola di circa 62 mila abitanti che è una meta turistica da almeno 70 anni e la metropoli capoluogo che ha visto la bruciante crescita del fenomeno in poco più di un decennio. La narrazione mainstream è completamente sbilanciata sulla celebrazione del fenomeno, sulla crescita dei numeri e dei fatturati, ma non mancano voci critiche e anche qualche iniziativa politica che si oppone alle ombre, come per esempio i picchetti antisfratto.

Poco importa che a volte le critiche diano la sensazione di essere mutuate in maniera un po’ forzata da contesti urbani molto diversi dal nostro. Si pensi ad esempio alla gentrificazione canonica e feroce di Londra, dove le gru sono il simbolo di un territorio in riqualificazione perenne, e la si metta a paragone con l’immobilismo napoletano, la desertificazione di piazza Mercato o il nulla in cerca di autore di buona parte di Napoli Est.

Meglio concentrarsi sugli effetti misurabili come il considerevole aumento degli affitti e dei prezzi, al quale sembra corrispondere non solo il lavoro povero tipico del settore turistico con 6 lavoratori su 10 che guadagnano meno di 11 mila euro all’anno, ma anche sacche consistenti di lavoro nero e illegale. Tralasciando in questa sede ogni pur rilevante criticità dell’overtourism, il turismo produce certamente profitti, ma per chi e sulle spalle di chi? In altre parole, quale vantaggio ne ricava la città? Una domanda che tocca la carne viva della distribuzione della ricchezza.

Qualche settimana fa ero in un ristorante noto anche per la sua zuppa di cozze. Quattro anni fa il tradizionale piatto napoletano veniva offerto a 14 euro, oggi costa 24. I runner erano tutti di origine straniera, una cosa che mi ha stupito perché in ogni paese meta di flussi migratori si dice che gli immigrati fanno quei lavori che i locali non vogliono fare più. Quindi quei ragazzi dello Sri Lanka erano lì perché nessun napoletano vuole fare il loro lavoro con tanto di contratto regolare e preferisce emigrare per andarlo a fare magari al nord o all’estero? Dico contratto regolare perché do per scontato che un ristorante famoso, di quelli che si ritrovano sulle più apprezzate guide turistiche, impiega per forza di cose manodopera legale. O non è così?

È un fenomeno da indagare, con l’avvertenza che a scanso di equivoci chi scrive ha vissuto per oltre dieci anni da emigrante nel Regno Unito e ha visto davvero molti italiani fare i lavori che gli inglesi non vogliono fare più neanche adesso che c’è la Brexit. Nessun dito puntato contro i lavoratori stranieri, ma piuttosto su chi ne sfrutta eventualmente il lavoro.

In una piazza del centro antico, sempre un paio di settimane fa, due camerieri di un bar erano afgani e due spritz al tavolo con tre noccioline e due patatine in croce costavano venti euro. Non c’è stato verso però di sapere quale fosse la loro paga, anche chiedendoglielo in inglese, per quanto la paura non necessita di traduzioni. Napoletano invece, con una spruzzata di studenti fuorisede e qualche straniero, il personale di molti bar e baretti dai decumani ai Quartieri spagnoli che percepisce in molti casi una paga standard di 30 o 40 euro completamente a nero per turni di una decina di ore più il buon cuore delle mance. Sembra in sintesi la democrazia dello sfruttamento.

Ecco, arriviamo finalmente al punto: in un paese come l’Italia che già permette legalmente di offrire paghe del tutto inadeguate al costo della vita, qualcuno a Napoli controlla che non si vada addirittura oltre? E si controlla a sufficienza, oppure è polvere che finisce sotto il tappeto della narrazione miracolistica del turismo che salverà la città? L’altra notte ho sognato gli operaisti Tronti e Panzieri sottoporre questionari ai lavoratori del turismo e della ristorazione a Napoli, sul modello di quelli che venivano somministrati agli operai ai cancelli delle fabbriche negli anni Sessanta. Sarebbe una straordinaria radiografia dei protagonisti del miracolo turistico, magari anche il presupposto per un’azione incisiva da agganciare alla battaglia nazionale per il salario minimo e all’emersione dal lavoro nero. Un altro modo per parlare del turismo a Napoli, per dare coraggio a chi produce ricchezza ricavandone briciole.

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