lunedì, Aprile 15, 2024
Napoli

Io, malato di diabete, privato del Reddito di cittadinanza e della dignità di padre

«La cosa che mi ferisce di più è il disprezzo della gente». Inizia così il racconto di Antonio, che ha 52 anni ed è uno dei 21.500 napoletani che hanno perso il Reddito di cittadinanza.

«Anzi – continua – mi ferisce ancora di più che l’odio non arriva solo da personaggi come la Santanché, quello è pure comprensibile perché certi imprenditori fanno i soldi proprio sfruttando il lavoro povero e quindi il Reddito per loro è un nemico mortale perché offre un’alternativa, ma da gente come me, da chi prende mille euro o poco più al mese e invece di riflettere su quanto il suo stipendio è inadeguato, mi tratta come se con 500 euro al mese io fossi un parassita che campa sulle sue spalle e fa la bella vita. In un paese di parassiti veri che evadono 100 miliardi di euro ogni anno e il governo gli tende pure la mano pieno di comprensione».

E in effetti è difficile dargli torto, leggendo il tenore di tanti commenti sui social alle storie dei percettori che hanno perso il Reddito. «Un atto di esplicito sadismo sociale. Un’esibizione di crudeltà da offrire ai penultimi colpendo gli ultimi», definisce infatti così la cancellazione della misura con un sms il politologo e saggista Marco Revelli in un’intervista al Fatto Quotidiano, cogliendo con nettezza l’efficacia della guerra ai poveri e non certo alla povertà. La sua capacità di scatenare al contempo la guerra fra i poveri stessi.

«Io ho sempre lavorato nella mia vita – riprende Antonio – e il Reddito l’ho preso solo per un anno da luglio 2022 a luglio di quest’anno». C’entra la pandemia, nella sua storia, ma anche una serie di vicissitudini con un effetto domino che ricorda per analogia il film I, Daniel Blake, con il quale Ken Loach vinse la Palma d’oro a Cannes nel 2016. «Ho fatto un’infinità di lavori – continua – ma nel 2017 grazie a un prestito della Regione decido di aprire un’attività autonoma come giardiniere perché avevo acquisito una certa esperienza lavorando nel settore negli anni precedenti».

Le cose vanno bene per Antonio, il lavoro funziona nonostante margini di guadagno risicati perché c’è comunque tanta concorrenza. Ha una relazione dalla quale è nata nel 2011 una bambina, la coppia sta per comprare casa a Chiaiano, ma procedendo nella trattativa emerge che manca il condono edilizio e quindi la banca non può concedere il mutuo precedentemente accordato.

 «Da quel momento, va tutto a rotoli – spiega con amarezza Antonio – come se questa cosa della casa fosse stata una specie di maledizione lanciata contro la mia vita. Si rompe il furgone, diventa complicato se non impossibile trasportare gli attrezzi di lavoro, la relazione con la mia compagna inizia a incrinarsi, poi da lì a qualche settimana arriva la mazzata finale della pandemia».

Come in molti altri casi, anche per Antonio il Covid è un evento che determina a cascata un rapido impoverimento per chi vive del proprio lavoro e non ha da parte risparmi per fare fronte all’impossibilità di uscire e guadagnarsi da vivere. «Sono mesi durissimi infatti per chi come me non ha un lavoro che può fare in smart working o non ha soldi da parte per tenere botta – continua Antonio – e a differenza di quello che avviene negli altri principali paesi europei, gli aiuti sono lenti e insufficienti soprattutto per noi partite Iva».

È lì che la sua situazione precipita. La relazione si sfascia. Subentrano problemi di salute di una certa rilevanza. Prima un’infezione al polmone con una cura a base di cortisone, poi la depressione. Antonio ingrassa di 50 chili e infine scopre di avere il diabete. Non è più in condizione di lavorare, ma riesce a ottenere il Reddito solo a luglio 2022, 500 euro con i quali deve affrontare anche parte delle spese mediche per una lunga lista di problemi fisici che si manifestano come conseguenza del diabete.

«Sai cosa mi fa più male? – conclude visibilmente provato – Che grazie a quei 500 euro avevo recuperato almeno in parte la dignità di padre, potevo portare mia figlia che ora vive con sua madre a mangiare una pizza, comprarle una maglietta di tanto in tanto. Perché non si può spiegare a un bambino che non puoi. Non capisce, come noi non capivamo i no dei nostri genitori quando chiedevamo, che so, la bicicletta o un’altra cosa che in quel momento non ci potevano comprare, pensando che non ci volessero bene abbastanza. Questa era la pacchia che ho fatto per un anno, secondo quelli che ci accusano di essere dei parassiti, ma io non ho rifiutato nessun lavoro perché durante quei dodici mesi non ho ricevuto nessuna offerta, cosa dovevo rifiutare?».

Di storie come quella di Antonio se ne trovano tante, nell’esercito degli ex percettori. Occupabili secondo il governo Meloni, ai quali però nessuno offre un lavoro perché avanti con gli anni, o senza titoli di studio e competenze particolari. Oppure destinati ad accettare qualunque lavoro, anche a nero con qualsiasi compenso illegale, pur di sopravvivere. Un modello di sviluppo sul quale il nostro paese costruisce ogni giorno la ricchezza di tanti imprenditori senza scrupoli.

E anche la retorica del divano è funzionale a questa mistificazione che distorce la realtà. Antonio, per esempio, che ha iniziato a curarsi e un mestiere ce l’ha a settembre parteciperà alle selezioni per un posto da giardiniere al Bosco Reale di Portici, grazie a un bando di due anni fa. Però i posti sono pochi e i candidati 300, con altri 700 già esclusi in fase di valutazione delle domande. Tutti occupabili per la Meloni e la Santanché. Come quelli che a Napoli sono già scesi tre volte in piazza, sfidando la calura asfissiante di agosto e prefigurando un autunno che si annuncia ben più rovente dell’estate.

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